Parliamone

Intervista a Ulderico Pesce

a cura del Binario 95

Dai campi della Puglia al palcoscenico: la singolare esperienza di Ulderico Pesce, attore e regista che porta in scena, nei teatri italiani, lo spettacolo “Il triangolo degli schiavi”. I redattori di Shaker lo hanno intervistato.

 

Perché ti chiami Ulderico?

Mi chiamo Ulderico come mio nonno. In verità mi chiamo Biagio Ulderico: mia mamma e mio padre litigarono sul nome da darmi, così, per non far torto a nessuno, mi hanno dato i nomi di entrambi i nonni.

 

Quanti anni hai?

Sono nato  nel 1963, quindi ho 47 anni.

 

Come ti è venuta in mente l’idea di questo signore che da Cerignola è venuto a Roma?

Questa storia del ragazzo che da Cerignola viene a Roma è la mia storia, un po’ adattata. Nel 1983 dalla Basilicata sono venuto a Roma: quello che ho raccontato nello spettacolo è la mia vita. I soldi della mia famiglia erano molto pochi, soprattutto mia madre faceva molti sacrifici, e avevo a disposizione 250 mila lire al mese: è comunque una bella fortuna averceli questi soldi. A quei tempi, la camera più economica costava 300 mila lire al mese. Io ne trovai una a Scalo San Lorenzo che costava 250 mila lire al mese, però dovevo accudire dei canarini. Un maggiore dell’Aeronautica, in cambio di questo sconto, mi faceva accudire quasi cinquecento canarini che volavano nelle gabbie all’interno della casa.

Nello spettacolo, partendo da questo racconto, ho inserito quella che è la mia storia.

 

Perché la nonna dello spettacolo si chiama Incoronata?

Perché è la verità: io ho conosciuto una nonna, a Ortanova, in Puglia, che si chiama Incoronata Di Nunno. Nel mio spettacolo si chiama Incoronata Morra, per un motivo drammaturgico e di collegamento nella storia. Oltre ad essere un personaggio dello spettacolo questa è una persona di cui vado molto fiero e mi piace l’idea che esista una donna così in Italia, perché proprio in questo Paese, dopo le leggi razziali del ’39, siamo stati capaci di elargire le leggi più brutali. Abbiamo una legge che decreta la clandestinità un reato: un essere umano, mettendo piede sul suolo nazionale e non avendo un lavoro in Italia è un clandestino, ed essendo tale commette un reato e va in galera. Il Pacchetto sicurezza di questo governo, oltre alla Bossi-Fini, impedisce qualsiasi legame di solidarietà umana tra i popoli.

Vado fiero di Incoronata perché è una donna che ha aiutato, fino a che ha potuto, i clandestini che si raccolgono nella fascia territoriale di Ortanova e Cerignola: addirittura, questa donna ha trovato un clandestino polacco morto sul marciapiede e l’ha fatto seppellire. Al cimitero di Ortanova ci sono tante tombe di clandestini che sono morti mentre raccoglievano i pomodori, tombe molto povere, su cui non c’è scritto neanche il nome: tra queste, però, ce n’è una molto bella, di marmo, con cui la signora, grazie ai risparmi della sua pensione, ha voluto rendere omaggio a questa vittima. Sono felice di rappresentare persone come queste, perché è un’altra Italia, che va alla ricerca della dignità delle persone, assolutamente minoritaria ma che pure esiste.

 

Perché hai chiamato lo spettacolo “Il Triangolo degli schiavi”?

Mentre facevo le ricerche, la signora Incoronata mi ha parlato di un vero e proprio triangolo degli schiavi. I luoghi della raccolta di pomodori, nel sud Italia, formano un vero e proprio triangolo: partendo da Torre Maggiore, al Nord della Puglia, si va fino a Barletta, sud ovest e, dall’altro lato a Lavello, in Basilicata. Guardando la posizione geografica di questi posti si intravede un triangolo, all’interno del quale c’è il “commercio” degli extracomunitari, costretti a lavorare la terra per pochi euro al giorno. All’interno di questo triangolo ci sono Ortanova, Cerignola, Foggia, ecc. Ed è questo il fulcro del mio spettacolo dove sono spariti circa cento extracomunitari, ammazzati sulle terre pugliesi. Però io penso che l’Italia sia tutta un triangolo di schiavi. Buona parte dell’economia italiana, soprattutto quella agricola, si regge sullo schiavismo: a molti imprenditori fa più comodo prendere i clandestini, sistemarli e sfruttarli. In tutta Italia si fa uso di questa pratica: l’imprenditore sistema queste persone sprovvisti di documenti in casupole diroccate, senza acqua, né luce, né gas, e li usa per questo tipo di lavori. Raccolta di pomodori, semina, irrigazione, nella più assoluta clandestinità: però in questi posti sei nascosto, la polizia non ci arriva.

 

Nel testo dello spettacolo hai fatto un parallelismo tra gli anni ’50, Di Vittorio e le lotte per la conquista della terra e oggi, periodo in cui esistono di nuovo “gli schiavi”. Hai dovuto studiare questa situazione?

Sì, ogni spettacolo ha una preparazione lunga. Ho fatto questo parallelismo perché io provengo da una famiglia di braccianti agricoli: i miei nonni mi raccontavano che all’epoca del fascismo venivano portati sui campi e zappavano la terra in cambio di molto poco. Mio nonno mi diceva questa frase: “Noi zappavamo da sole a sole”, cioè dalla mattina alla sera, e venivano trattati come schiavi. A un certo punto, però, queste persone si sono stancate ed hanno incominciato ad occupare le terre, con aratri, bandiere rosse e quel poco che avevano, per dare da mangiare ai figli. In tutta Italia si lottava per la terra: si occupavano le terre dei padroni, ma arrivava la polizia e sparava. In questo modo sono stati uccisi molto braccianti agricoli, soprattutto meridionali. E a questo punto mi sono chiesto che cosa fosse cambiato dal 1904 al 2004. Del 1904 è il morto di cui faccio riferimento nello spettacolo: la nonna dello spettacolo, Incoronata, aveva un fratello molto giovane morto nel 1904. Egli è molto importante nella mia immaginazione ma anche nella storia d’Italia: il 16 maggio 1904 è stato ucciso Ambrogio Morra, su un campo vicino Cerignola. Giuseppe Di Vittorio, all’epoca, aveva 16 anni e vide come sparavano all’amico, così quando aprì la prima sezione della Camera del lavoro la intitolò 16 maggio 1904. Io nello spettacolo impersonifico Ambrogio Morra, il nipote di questo grande eroe. Dall’altro lato della trama drammaturgica c’è Piotr, un ragazzo morto nel 2004 per il pane: in questa storia si ritrovano gli elementi caratteristici di cento anni prima. Di Vittorio diceva una frase molto importante: “In Italia le conquiste non sono mai per sempre”: nel 1904 come nel 2004 i metodi sono sempre gli stessi.

 

Quale aneddoto ricordi meglio di questa tua esperienza?

Un ricordo brutto e uno bello. Un episodio non molto piacevole è il seguente: ad un certo punto volevo fare delle fotografie e mi sono avvicinato ad una mamma africana che aveva due bambini e dormiva in un letto fuori, in aperta campagna. I bambini giocavano con i fucili ed ho scattato la foto ma lei non voleva, così ha preso un bastone e mi è venuta contro:dopo un primo momento di tensione abbiamo chiarito e siamo diventati amici. Voglio raccontarvi un altro aneddoto che ricordo con molto piacere. Una mattina mi sono trovato con degli immigrati e mi hanno invitato a mangiare una capra con loro. L’hanno uccisa davanti a me, squartata e tolto le interiora, ma non c’era acqua per lavarla e allora l’hanno lavata con la fiamma ossidrica, l’hanno disinfettata con il fuoco mentre io reggevo una zampa dell’animale facendo finta di niente. Un odore terribile. Poi hanno tolto di mezzo i materassi lerci dove avevano passato la notte e hanno montato un fornello su un tavolino grazie al quale la carne è stata bollita.

L’abbiamo mangiata assieme condita con un filo d’olio. Da buon ospite ho dovuto mangiarla, e diciamo che... non era male. Mi serviva fare amicizia con loro e dovevo approfittare di questi momenti.

 

Nell’anno in cui hai raccolto informazioni nei campi della Puglia hai mai pensato di abbandonare la tua ricerca a causa delle crudeltà che stavi vedendo?

Assolutamente no, mai! La ragazza che mi accompagnava a volte mi proponeva di andarcene, però ho sempre resistito.

 

Hai mai avuto problemi con i caporali mentre giravi il documentario?

Tanti. Una volta facevo delle riprese e sono arrivati i caporali: sono dovuto scappare perché mi hanno visto con la telecamera. Per di più queste riprese le mostro nel mio spettacolo. Le cose che racconto le faccio anche vedere, altrimenti la gente non ci crede.

 

Come vivono e come reagiscono queste persone sfruttate?

Devo dire che reagiscono molto bene. I lavoratori mi hanno messo a mio agio: si sono accorti che a me serviva la loro testimonianza per una denuncia molto forte. Questo spettacolo ammonta a prima che L’Espresso, la rivista, facesse lo scoop sui lavoratori in Puglia.

 

E tu come l’hai vissuta?

Con il massimo della felicità e della gioia.

 

Hai mai raccolto i pomodori con loro?

No, con loro no, non lo puoi fare questo. Però li ho raccolti prima con i miei nonni. Se mi avesse beccato un caporale sarebbero stati guai seri. Ma gli stessi lavoratori non volevano che io andassi con loro nei campi. La differenza con le lotte bracciantili degli anni ’50 è che questi lavoratori degli anni’50 erano uniti. Come se le battaglie di Daniele fossero state le battaglie di Pierpaolo, di Ulderico, le battaglie di tutti. E c’era tanta coesione. Invece i lavoratori di oggi non lo fanno. Io penso che voi stessi, che state vivendo una situazione di disagio, esattamente come i clandestini in Puglia, o come i miei nonni, braccianti agricoli, non riuscite a mettervi assieme. Se voi riusciste in questa impresa, come i braccianti agricoli del ’50, il vostro problema sparirebbe. In questo modo non sarebbe il problema di uno solo ma dell’Italia intera. Questi schiavi moderni sono soli, invisibili, e si bruciano addirittura i polpastrelli per cancellare le impronte digitali. Chiunque vive un momento di disagio deve avere la capacità di allearsi con gli altri e fare delle battaglie comuni per i propri diritti.

 

Tu hai mai lavorato a nero?

Purtroppo sì, ho lavorato più volte senza contratto. Ma sono stato soddisfatto quando, poco tempo fa, hanno fatto dei controlli alla mia compagnia teatrale. Tutti i miei dipendenti sono contrattualizzati regolarmente e non ho avuto problemi di alcun genere.

 

Perché hai deciso di rilasciare un’intervista proprio a Binario 95 e ai suoi ospiti. Forse perché già conosci la realtà, molto simile a quelli di questi nuovi schiavi?

Mi è capitato di vedere più volte il vostro giornale, Shaker, in giro per la città ma non sapevo che eravate proprio voi ad invitarmi. Una volta ho fatto delle riprese al barbiere, davanti l’ostello Caritas.È stata una bella sorpresa ed è con tanto piacere che vi ho conosciuti. 

 

articolo pubblicato sul numero 13  di Maggio   2010


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