INTERVISTA A SVEVA BELVISO

Assessore alle Politiche sociali del Comune di Roma

di  Antonio Passaro

25.03.2009

Chi è per lei un “senza fissa dimora”?

È una persona che ha bisogno di punti di riferimento.

Quali politiche intende attuare questo assessorato a favore delle persone senza fissa dimora?

Guardi, se io fossi un senza fissa dimora, se oggi mi capitasse di trovarmi in una condizione di assenza di legami, assenza di affetti, di un lavoro, vorrei dalla mia amministrazione che si prendesse cura di me: che mi desse la possibilità di rialzarmi, che mi desse uno spazio contenuto nel tempo, dove in protezione io potessi elaborare quello che mi è accaduto e avere gli strumenti per tirarmi su. Quindi le politiche che affronteremo con questo assessorato saranno rivolte alla ricostruzione dell’identità di coloro che, magari per storia personale, per le difficoltà che hanno incontrato, si sono smarrite. Punteremo sull’accoglienza e la ricostruzione e cercheremo di dare il maggior numero possibile di strumenti per favorire nuovamente l’autonomia.

Il vivere in strada in molti casi è dovuto anche alla mancanza di alloggi popolari. Quali sono le politiche di quest’assessorato in tal senso?

Per quanto riguarda gli alloggi popolari, la competenza non è di questo assessorato, sebbene con la povertà noi abbiamo certamente a che fare. La competenza specifica è delle Politiche abitative del Comune di Roma e potrete avere notizie più puntuali dall’Assessore Antoniozzi. Al contempo, nella nuova progettualità ho inserito - devo ancora mostrarlo al Sindaco, ma credo che approverà assolutamente l’iniziativa - la costituzione di una rete di alberghi sociali. Perché? Noi dovremmo considerare tutti gli step e dobbiamo tenere conto delle nuove povertà. Ci sono persone, mi riferisco, ad esempio, a ragazzi divenuti sfd, magari perché si sono separati e non ce la fanno a mantenere loro stessi e la famiglia; persone che avevano un lavoro che comunque hanno delle capacità e che sono fallite; hanno magari anche vergogna di andare a chiedere ad altri, persone che non hanno più famiglia. Ecco: l’Amministrazione vuole, con quest’ Assessorato, metterli in grado di ricostruire il loro tessuto, ovviamente lavorando, però avendo uno spazio a disposizione.

Gli alberghi sociali nel nostro immaginario sono veri e propri alberghi, con la compartecipazione economica delle persone. Quindi stiamo ragionando a livelli: c’è un livello dove c’è necessità di accoglienza pura al 100% e lì l’Amministrazione deve fare uno sforzo. Poi, per l’altro tipo di povertà, quella sopraggiunta, magari la povertà temporanea, la povertà che ha bisogno solo di una spinta per essere superata. Gli alberghi sociali possono essere una soluzione: potere, con 15 euro al giorno dormire, avere da mangiare, un posto di ritrovo, ospitare bambini.

Ma spesso c’è anche il problema dei 15 euro…

Infatti le ho parlato di livelli. Ieri sera guardavo su Sky un servizio, che mostrava

molte persone, specialmente padri separati che abitavano a Milano e che testimoniavano di avere un lavoro, ma dovendo pagare il mantenimento alla moglie, l’affitto, il telefono, il vitto, non arrivano a fine mese. L’albergo sociale non sostituisce l’accoglienza necessaria al 100% per chi ne ha bisogno, ma può essere un aiuto per quelle persone che magari guadagnano ottocento euro e non arrivano al 27.

Qual è il confine tra prevenzione sociale e assistenza sociale e sicurezza?

Sono mischiate una con l’altra: il sociale fa parte della nostra vita. Il sociale siamo noi, la gente, gli individui, le strade, tutto è sociale.

L’assistenza sociale è prevenzione sociale e sicurezza, perché potenziare la rete di accoglienza significa far sì che tanta gente non diventi disperata e non si incorra in altro.

Quali sono le modalità di elargizione dei sussidi per le persone in difficoltà? E i criteri per concederli e soprattutto i tempi?

Noi abbiamo un numero verde, collegato alla Sala Operativa Sociale. Laddove c’è una segnalazione , o loro stessi [le unità mobili della SOS, ndr], andando in giro per le strade, incontrano un senza fissa dimora, lo si scompagna in un centro di pronta accoglienza, all’interno del quale dovrebbe restare al massimo 15 giorni. Ma mi dicono che non è così. In questi 15 giorni andrebbe stilato il profilo personale e il sfd dovrebbe essere t r a s f e r i t o in un’altra struttura di accoglienza più strutturata, dove poter ricevere un aiuto per un percorso individuale per il reinserimento lavorativo e la ricostruzione psicologica. Questo è ciò che io leggo. Mi pare di aver capito che oggi non è proprio così...

No, infatti: non è proprio così.

Quando mi sono insediata ho chiesto: “Quante persone abbiamo recuperato?”.

E, oltre a non sapere precisamente quante persone sono state recuperate, mi dicono che probabilmente non superano il 10%. Il che vuol dire che le politiche sono state sbagliate, da questo punto di vista. Dobbiamo capire come risollevare quello che è l’indice: se oggi siamo al 10%, dovremmo arrivare almeno al 30% per poter dire di mettere in atto delle politiche adeguate.

Bisogna poi avere la volontà, dall’altra parte, di essere reinseriti...

Quella è la cosa fondamentale. Quando prima diversificavo, è perché sono sicura che c’è una fascia, specialmente la fascia giovane che non ha dipendenze alcoliche o di altro tipo, ma che è la fascia della povertà sopraggiunta, sulla quale dobbiamo insistere. Poi moltissimi sfd sono ormai intrappolati in percorsi complicatissimi: intervenire in questi casi è molto più difficile, perché le variabili sono molteplici. A concorrere dovrebbero essere più enti e più fattori: dei protocolli intesa più strutturati con le ASL, con gli ospedali, proprio affinché una persona sfd ricoverata non debba essere rimessa fuori dopo 24 ore.

Esistono secondo lei cittadini di serie A e di serie B?

Non dovrebbero esistere, ma esistono. Non sarebbe giusto da parte mia dire che vengono tutti trattati allo stesso modo. Non vengono tutti trattati allo stesso modo. Compito di un’Amministrazione sana e responsabile è quello di sostenere un percorso, che tenda a dare a chi è più fragile più possibilità.

Se lei perdesse il lavoro, la casa e gli affetti cosa chiederebbe al Comune?

Chiederei una protezione temporanea. Non sono per l’aspetto assistenzialista appunto. Tutte le nostre politiche dicono: sì, io ti accolgo, però è per darti una mano, per darti quel periodo necessario a rialzarti. Io vorrei questo: una protezione, un tetto, un posto.

Comunque certamente per gli affetti il comune di Roma non può far niente. Per il lavoro e per la casa, invece… La situazione per le case popolari è drammatica, dal momento in cui si fa la richiesta fino alla concessione.

Sì, è drammatica: adesso stanno rivalutando le richieste del 2004. È assolutamente drammatica.

Come vengono selezionate le organizzazioni che cooperano in convenzione con il comune di Roma, in favore delle persone sfd? C’è un’autorità che controlla?

Guardi, come vengono selezionate non lo so, ma da oggi si va a bando su tutto. Già abbiamo iniziato ad andare a bando quando scadranno le convenzioni. Un’autorità che controlla dovrebbe essere in seno all’Amministrazione comunale, ma attualmente non credo che esista, almeno in modo strutturato. È nostra intenzione istituire un’unità organizzativa all’interno del Dipartimento, che oggi non esiste, che sia unità di controllo e di attuazione del programma, perché noi vogliamo far bene, quindi investiremo. Ma abbiamo bisogno di un controllo, perché qui ho trovato anche delle linee politiche adeguate, ma inattuate per mancanza di controllo.

Assessore, quali sono i criteri in base ai quali le persone senza fissa dimora vengono accolte o rifiutate in questi centri di assistenza?A prescindere dall’accoglienza temporale limitata.

Vengono accolti, vista la carenza di strutture, in base all’assenza o quasi della rete di sostegno dell’individuo. Deve aver perso la rete affettiva, deve non avere un lavoro stabile, una casa: allora viene accolto. Capisco che è molto restrittivo.

Una grandissima percentuale di persone sfd presenti nella nostra città sono stranieri. Molti di loro provengono dalle zone di guerra. Pensa che le leggi per la tutela dei rifugiati politici e per le persone in protezione umanitaria siano sufficienti?

Assolutamente no. L’Italia è uno dei pochissimi paesi in cui manca una legge sull’asilo e credo che il problema debba essere affrontato in modo serio e puntuale a livello nazionale. Attualmente sono sotto protezione internazionale i richiedenti asilo, però non c’è una linea di demarcazione.

Sono sotto protezione internazionale per quanto riguarda l’asilo, per quanto riguarda poi il vivere, il dormire, il vestiario, sono sotto la nostra protezione, quello dello Stato italiano...

Sì, una volta che comunque viene accordato l’asilo.

Secondo lei le guerre sono una necessità, un’opportunità o una condanna?

Come tutte le persone animate da cuore e buona volontà, credo che la guerra non la voglia nessuno. Penso che quando ci sono tutte queste discussioni sono spesso strumentalizzate, perché trovare una persona che voglia fare la guerra mi sembra azzardato.

Ma qualche volta può essere una necessità?

Sinceramente non saprei dare una risposta. Credo che non ci si dovrebbe mai rivolgere alla guerra. Certo è che quando il paese a cui tu appartieni è attaccato, la difesa è necessaria.

Cosa vorrebbe comunicare alle persone sfd di Roma attraverso il nostro giornale Shaker?

Cercheremo di darvi una mano a fare un passo in avanti. Io sono disponibile anche ad avere dei consigli su come affrontare la tematica, perché una cosa è lavorarci noi con la nostra sensibilità, lavorarci con gli uffici; una cosa è avere dall’altra parte chi nella situazione ci vive. Chi ha voglia di mettersi in gioco, di collaborare, di darci uno strumento nella programmazione, è il benvenuto. Naturalmente valuteremo se adatto o meno, però siamo disponibilissimi. Quindi potreste essere voi, con il vostro giornale, a farci da mediatori in questa nostra volontà di accogliere proposte.

 

[ndr: Le domande per l’Assessore sono state preparate dai redattori senza dimora del Centro Diurno “Binario 95” di Roma Termini]

 

 

articolo pubblicato sul numero 7  di Ottobre   2008


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