NICOLA

di  Luigi Solano

06.03.2009

Il sole era quasi calato dietro ai lunghi palazzi che impediscono alla fantasia di andare oltre e Nìcola andava come un bambino incontro all’ultimo giorno di scuola, quando la gioia si mesce all’attesa e il dovere diventa -quello stesso- un gioco. Percorreva strade note davvero a lui solo, pur con la solita sua distratta indifferenza; e camminando vedeva mille facce uguali avvicendarsi la sua e scambievolmente i loro occhi inquisitori ed irrisori i suoi. Ma certamente tanta sobria banalità non poteva distoglierlo da tale inusuale attività: a tratti raccoglieva un sassolino da terra e lo lasciava cadere lontano, oltre il mare o più in alto del sole. Era stato forse per prendere il sole che una sera si era arrampicato (strana forza quella dei folli!) su uno di quei alti e ponderati e ben curvi lampioni, simbolo quasi della condizione dell’uomo, mente piramidale che tende alla perfezione celeste, affondando però (inesorabile sorte!) su se stessa.

Ma quella sera non riuscì ad imitare il dio Apollo, né a divenire il primo fra gli uomini. Al contrario quella sua grave spontaneità-assieme a tantissime altregettò la madre, donna sanissima a detta di tutti, in una stancante crisi depressiva; la quale non poteva, come avrebbe ritenuto opportuno, legare quel suo POVERO FIGLIO MALEDETTO (così affettuosamente soleva chiamarlo) ai cardini del letto, per impedirgli non altro di nuocersi.

 

 

 

articolo pubblicato sul numero 1  di Dicembre   2006


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