Il senza fissa dimora
di
Franco Ferrarotti
24.03.2009 Sant’Agostino riteneva che le lacrime fossero il sangue dell’anima. Dovevano servire a lavarla, a purificarla. Scarsa consolazione per chi piange nella solitudine, per la mancanza di un tetto sicuro, di un bagno decente o di una doccia. Le lacrime non sono, dunque, solo il sangue dell’anima. Il pianto degli emarginati è anche il segno della colpa dei garantiti, dei privilegiati, delle persone talmente perbene e ben sistemate, nei loro letti puliti e nelle loro calde stanze ovattate, nei loro bagni efficienti e luccicanti da dimenticare il mondo di fuori, i senza fissa dimora, coloro che sono costretti a scegliere l’espediente come mezzo normale di sussistenza. Per loro la periferia è lontana, i senzatetto, un piccolo inciampo; i lavavetri e quelli che s’avvicinano ai semafori per una monetina, un disturbo al traffico veloce, da scartarsi alzando in fretta il vetro della portiera, da non guardare in faccia, quasi fossero esseri umani solo da un punto di vista zoologico, antropoidi o cavernicoli.
Ma nella stessa fretta stizzita con cui l’automobilista s’allontana c’è un vago, ma reale, riverbero d’un rimorso, la voce, per quanto soffocata, di una fraternità tradita. Venti secoli di cristianesimo non sembra che abbiano scalfito la corazza dell’egoismo. La miseria sembra dare solo fastidio. In realtà, è una chiamata in causa. Nelle società tecnicamente progredite, ma anche, sempre più spesso, umanamente imbarbarite, il benessere di una parte dei cittadini è pagato, direttamente o indirettamente, da una percentuale crescente di poveri. Non ci sono solo i poveri visibili a occhio nudo, che qualche inconsapevole trova persino pittoreschi. C’è anche la povertà nascosta di quelli che si vergognano del loro stato di indigenza, dei lavoratori precari. Bisogna scovarla, questa nuova povertà, ascoltarla, tenderle una mano. A volte basta un gesto, una parola per salvare una persona.
articolo pubblicato sul numero 2 di Aprile 2007
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