Frammenti di storie

Uno, due, tre... dieci!
23.11.2009

Strada. Polvere. Odore di Alcool, di birra; odore di ferro dei binari e di sudore. Di urina e di tabacco spento. Odore di notte e di paure; di vita e di voglia di vivere. Siamo una stessa speranza, tutti. Oltre i vestiti, le scarpe rotte o le cravatte. Vogliamo sentirci, insieme magari, ma sentirci. La missione dà il senso alla strada di ognuno. Ed in quel senso  godiamo di esserci: al posto giusto, nel momento giusto. Lo sguardo accarezza il ricordo, di ciò che abbiamo perso, di ciò che possiamo trovare. Ed in quell’odore riempiamo i polmoni vomitando nuove parole; orchi, vecchi fantasmi e sottili sussurri di stelle. Tutti una volta siamo stati bambini e su di un foglio bianco abbiamo gettato l’immenso. Tutti abbiamo perso una casa, per poi ritrovarla all’improvviso; ogni tanto. Tutti abbiamo inseguito / pensieri senza dimora / colorare le nostre tele mentre la strada sfuggiva alle

gambe. Benvenuto. Resta qui, ancora un po’. Insieme. Solo quattro passi. In fondo... siamo appena arrivati.

 

Shaker n. 1, Benvenuto, di Alessandro Radicchi

 

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Le è mai capitato di incontrare dei senza fissa dimora che non sapevano che lei fosse assessore? E come si è comportata con loro?

Mi è capitato spesso; cerco di comportarmi con loro come mi sono sempre comportata prima di fare l’assessore e come mi comporterò anche dopo. Cerco di considerare il senza fissa dimora un essere umano. Questo non significa essere particolarmente buoni o pieni di sentimenti, ma semplicemente non dimenticare che si tratta di persone che vivono una situazione che potremmo vivere tutti, perché è solo il caso della vita che ha voluto questo.

 

Shaker n. 2, Intervista a Raffaela Milano, Assessore alle Politiche Sociali

del Comune di Roma, di Nicola Spagnoletti e Antonio Buoninconti

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Secondo lei la povertà è da considerare una malattia? Se sì, lo Stato che ruolo può

avere e come dovrebbe intervenire?

La povertà è una malattia: è stato deciso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che la povertà rappresenti una malattia. Ha avuto anche un codice: si chiama Z 59.5, è definita povertà estrema e rappresenta una malattia. Lo Stato e le istituzioni dovrebbero cercare di eliminare le cause che determinano la povertà. Però io, più che di povertà, parlerei di impoverimento, perchè la gente non nasce povera. Diventa povera perchè c’è qualcuno che diventa ricco. Spesso c’è un meccanismo perverso: interi paesi sono stati impoveriti, perchè altri paesi sono diventati ricchi. Quindi l’impegno dello Stato e delle istituzioni è di eliminare le cause o ridurle e poi intervenire, mettendo al primo posto delle politiche sociali proprio la lotta ai meccanismi che producono povertà, impoverimento delle

pensioni. Oggi noi viviamo in una situazione per cui molte famiglie, che una volta riuscivano a arrivare a fine mese, molti pensionati, oggi arrivano fino al venti del mese e poi non ce la fanno più.

 

Shaker n. 3, Intervista a Aldo Morrone, Poeta

e Sognatore, Primario dell’Ospedale San Gallicano di Roma, di Rolando Clemeur

 

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Essere senza dimora è reato? Esiste ancora il reato di vagabondaggio? E di accattonaggio?

No, questi reati non ci sono più. Essere senza dimora, di per sé, non è reato. Esiste però una serie di norme di polizia, che possono complicare la posizione di chi non ha una casa. È il caso, ad esempio, degli immigrati irregolari. Certamente una persona si vede complicata la vita dal fatto di essere senza fissa dimora. Nei rapporti con la legge, però, questo non significa che sia un reato. L’articolo 16 della Costituzione tutela il diritto di libera circolazione nello Stato.

E dormire per strada o sul marciapiede è un reato?

Non è un reato […], però i sindaci hanno la facoltà di emanare ordinanze sull’utilizzo degli spazi pubblici: ad esempio, si può vietare che si dorma in tal giardino o piazza, perché ci sono esigenze di igiene e ordine pubblico o di tutela del paesaggio architettonico. Per chi contravviene, possono essere applicate sanzioni non penali, ma multe amministrative o altre misure, che di fatto non sono mai state introdotte.

 

Shaker n. 4, Intervista al Magistrato Valerio Savio, Giudice per le indagini preliminiari del Tribunale di Roma, di Lucien Mendonca

 

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Se una persona senza fissa dimora volesse candidarsi senza risorse di denaro, secondo lei avrebbe le stesse possibilità di condurre una campagna elettorale paritaria alle altre?

Non avrebbe nessuna possibilità. Potrebbe fare la sua mini campagna elettorale, molto personalizzata e molto ristretta sul territorio. Le possibilità di consenso sarebbero ridotte. Oggi nel nostro paese a livello di società civile abbiamo delle componenti che hanno presente questo valore generale di uguaglianza e che conoscono bene l’esistenza di tutta una serie di soggetti emarginati.

Questi soggetti sono però espressione della società civile, sicuramente […]. Nella società civile sono presenti, spesso anche consistenti, ma faticano a trovare rappresentanza politica, perché manca un vero momento centrale di coagulo, di unificazione, di queste istanze, di queste aspirazioni. Nessuno sembra averne interesse.

 

Shaker n. 5, Intervista a Giovanni Palombarini,

Procuratore Aggiunto della Repubblica presso la Corte di Cassazione, di Antonio Maniscalco

 

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Il caldo uccide? Quali sono i consigli per fronteggiare l’emergenza caldo?

L – Il caldo può aggravare la situazione di soggetti che hanno patologie. Chi vive per strada deve rivolgersi ai servizi sociali e ai medici e seguire i loro consigli.

V – È importante idratarsi e non bere alcolici, perché l’alcool produce una vasodilatazione e quindi un aggravamento dell’apparato cardiocircolatorio. Anche il fumo è un coefficiente di danno.

Che significa per lei “senza fissa dimora”?

Credo che sia un mondo veramente molto variegato, in cui si incontra chi è senza dimora per scelta, per necessità, oppure chi viene comunemente assimilato a questa categoria, come i rom. Un mondo molto complesso e molto difficile da raggiungere e da gestire, perché i bisogni sono veramente tanti.

 

Shaker n. 6, Intervista alla dott.ss a Adriana Volpini e al dott. Marco Leonardi del Dipartimento della Protezione Civile - Servizio Rischio Sanitario,

di Samy Hamed Mohammed

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Quali politiche intende attuare questo assessorato a favore delle persone senza fissa dimora?

Guardi, se io fossi un senza fissa dimora, se oggi mi capitasse di trovarmi in una condizione di assenza di legami, assenza di affetti, di un lavoro, vorrei dalla mia amministrazione che si prendesse cura di me: che mi desse la possibilità di rialzarmi, che mi desse uno spazio contenuto nel tempo, dove in protezione io potessi elaborare quello che mi è accaduto e avere gli strumenti per tirarmi su. Quindi le politiche che affronteremo con questo assessorato saranno rivolte alla ricostruzione dell’identità di coloro che, magari per storia personale, per le difficoltà che hanno incontrato, si sono smarrite. Punteremo sull’accoglienza e la ricostruzione e cercheremo di dare il maggior numero possibile di strumenti per favorire nuovamente l’autonomia.

Cosa vorrebbe comunicare alle persone sfd di Roma?

Io sono disponibile anche ad avere dei consigli su come affrontare la tematica, perché una cosa è lavorarci noi con la nostra sensibilità, lavorarci con gli uffici; una cosa è avere dall’altra parte chi nella situazione ci vive. Chi ha voglia di mettersi in gioco, di collaborare,

di darci uno strumento nella programmazione, è il benvenuto. Potreste essere voi, con il vostro giornale, a farci da mediatori [...].

 

Shaker n. 7, Intervista a Sveva Belviso, Assessore alle Politiche sociali del Comune di Roma, di Antonio Passaro

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Hai detto che la guerra non ti piace, però hai fatto il mercenario. Lo rifaresti oggi?

Col cervello che c’ho adesso, no. Io sono sincero con te, come con la mia famiglia. Ma se uno me dice ‘na battuta... fuori, io vado. Lo sai perché io mi sono calmato? Da quando ho conosciuto questo gruppo, questo Centro. La guerra distrugge. È cattiva. Distrugge i popoli. Oggi non lo rifarei, la vita è bella e non devi distruggere la vita degli altri per dei soldi, non lo concepisco. Era l’età forse, non lo so. Ecco perché la guerra non mi è mai piaciuta. La vita è bella viverla insieme, con quelli di colore, con i filippini, algerini, marocchini, tunisini o albanesi.

Vivere insieme mica fa male.

 

Shaker n. 7, Antonio Che Guevara, Un Mercenario di Strada

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Cosa significa perdere la residenza in un percorso di grave emarginazione? Si sente parlare di “morte anagrafica”: è esagerato?

No, è corretto. Perdendo la residenza si perde l’accesso ai propri diritti, caratteristica fondamentale della cittadinanza. Si diventa realmente invisibili, non si esiste più per la pubblica amministrazione. La gente non ci fa caso, ma ogni giorno utilizziamo decine di volte il nostro essere residenti, e quindi cittadini, e l’avere diritto a qualche cosa, per le vicende più banali dell’esistenza quotidiana. Se la grave emarginazione è un percorso di progressiva perdita di contatto con la società, le istituzioni e le relazioni, di progressiva perdita di fiducia nella realtà circostante e quindi in se stessi, perdere la residenza è sicuramente una tappa molto significativa di questa involuzione.

 

Shaker n. 9, Intervista a Paolo Pezzana, Presidente fio.PSD, Federazione Italiana

Organismi per le Persone Senza Dimora, di Claudio Fulchiero

 

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Sono nato a Potenza. Sono vissuto lì fino all’età di nove anni. Allora mio padre era prigioniero perché prima, sai benissimo come funzionava

[… ]Nove anni c’avevo. Ero un bambino. Lo sai benissimo che come vuoi te lo imbrogli a

un bambino. So’ arrivato a Taranto e mi so’ trovato sotto la martirizzazione. Sono andato

con mio padre in una masseria. Per allontanarmi dai miei ho fatto per 23 anni il pastore. Ma non facevo solo il pastore: pulivo i cavalli, stringevo e tritavo foraggio e paglia per darlo ai cavalli e alle vacche.

Quando sei venuto a Roma cosa è successo?

Sono venuto a Roma e sono stato alla Caritas. Mio padre mi aveva detto: “I soldi tuoi non li consumo io, li metto alla posta”. Alla fine invece si è fatto la casa e io mi sono ritrovato senza casa, senza soldi e in mezzo ad una strada.

 

Shaker n. 9, Carmine, U Munachiccio e la lucertola a tre code

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Che senso ha, secondo te, per una persona che si trova in una situazione di disagio, dedicarsi all’arte?

Esprime se stesso, grazie all’arte. Trovandosi in una situazione di disagio, probabilmente questa persona ha molte più cose da raccontare rispetto a uno che ha passato la propria esistenza in vari salotti, cercando persone grazie a cui scalare socialmente.

Qualcuno in difficoltà, a mio parere deve trovare, naturalmente, anche la capacità di raccontarsi. Non a caso Jean DuBuffet ha inventato il concetto di art brut, cioè l’arte selvaggia, una sorta di movimento in cui coinvolgeva realmente le persone in difficoltà. […] Mi chiedi se ha senso per una persona disagiata dedicarsi all’arte? Intanto lo sa lui stesso, se ci dedica del tempo vuol dire che ha senso. Se cerca di avere mercato… bè quello è un pò più difficile. Il gesto, privo di qualunque riconoscimento ma che comunque dà soddisfazione a chi lo pratica è sempre giusto, legittimo e, addirittura, necessario.

 

Shaker n. 10, Intervista a Pablo Echaurren, di Carlo Mazzioli

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Perché sei andato via dalla Sardegna?

Non è che sono andato via, è perché mi è piaciuto il mondo dello spettacolo e ci ho lavorato per quattro anni e mezzo. Questa passione è iniziata all’età di 22 anni, quando vedevo queste persone in televisione ed ho cercato di svolgerla come loro, andando nel settore cinematografico di Cinecittà. Dalla Sardegna sono venuto diretto a Roma, all’età di 23 anni e mezzo, quasi 24.

La prima volta che sei venuto a Roma, dove hai dormito?

Ho dormito in stazione, sia fuori che dentro sui vari binari che ci sono numerati.

Da quel giorno hai mai avuto un’altra casa?

No, da quel giorno no. Però ho avuto roulotte dove sono stato per vari lavori. Finiti questi lavori artistici di cinema, dormivo per la stazione sia al primo che al secondo binario… a volte mi spostavo al terzo.

Oggi, che cosa fai, com’è scandita la tua giornata e dove vivi?

Io vivo, non so se l’hai sentita magari la conosci bene, alla stazione Tiburtina. Poi, ti posso dire, la giornata la passo al Centro Binario 95, nei giorni che sono per vedere la televisione o al computer o per fare la doccia e il riposo. Qualche mattina vado per le varie parrocchie per racimolare qualche soldo per me.

Quindi stare alla stazione è una tua scelta?

No, non è che è una scelta mia, è solo per stare il pomeriggio per avere un posto dove riposare. Per me la stazione è un posto dove io vado e incontro gli amici per fare una chiacchierata di un’ora o due, per passare serate o mattine, prenderci un caffè o un cappuccino, leggere il giornale.

 

Shaker n. 10, Samuel e La Voce della Luna

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articolo pubblicato sul numero 11  di Ottobre   2009


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