Parliamone
Intervista a Don Vinicio Albanesi
a cura di Aldo Sebastiani23.11.2009
Intervista a Don Vinicio Albanesi
Fondatore della Comunità Capodarco e dell’agenzia Redattore Sociale
Prima di iniziare, ti ringraziamo per la disponibilità a parlare con Shaker su un argomento che ti tocca da vicino: la comunicazione. Iniziamo con la prima domanda: che senso dai alla parola informazione e come dovrebbe essere trattata?
L’informazione è la narrazione della realtà, sia quella bella e quella brillante, sia quella problematica. Purtroppo l’informazione recente è sempre più commerciale, tende, cioè, a dare notizie senza grosso peso oppure che rispecchiano i poteri di chi ha interesse a farsi conoscere. I problemi che riguardano, invece, gli invisibili, ma anche i problemi sociali in genere, vengono trattati in cronaca nera oppure solo se di fronte a delle emergenze. In generale, dunque, ci troviamo di fronte ad un’informazione parziale e molto gridata.
I mass media e l’informazione giornalistica non danno molto spazio ai problemi sociali. Cosa ne pensa?
È vero, questo è verissimo. Ci sono dei grossi problemi perché i costi per la formazione sono alti. Il personale non sempre è formato adeguatamente, e le scuole di giornalismo non vanno a cercare informatori sociali. Noi abbiamo fatto dei grossi sforzi, in 15 anni, proprio per dare l’occasione di avere una seria formazione ma anche di fare una buona informazione sociale.
Dalla Comunità di Capodarco all’agenzia Res, e successivamente Redattore Sociale, quali sono state le spinte che hanno portato alla nascita di un’informazione sociale?
Io credo che, innanzitutto, va considerato che le idee viaggiano più rapidamente dei fatti. In secondo luogo, solo attraverso delle idee ci sono degli effettivi passi in avanti nella tutela delle persone e quindi nella garanzia di tutti. I fatti sono sempre locali, sono spesso drammatici, invece le idee viaggiano più velocemente.
Per cosa si distingue il giornalismo sociale dagli altri tipi di informazione?
Per noi il giornalismo sociale è l’attenzione alla realtà di base. In Italia questo tipo di informazione si occupa più che altro di categorie deboli, fragili: carcere, immigrati anziani, ecc. Per la verità , se fossimo in un equilibrio di una informazione corretta non bisognerebbe avere bisogno di un giornalismo sociale, perché nel momento in cui informi lo fai su tutte le fasce della popolazione e su tutti i fenomeni. Siccome, come dicevo prima, l’informazione tende un po’ ad essere molto parcellizzata, leggera e inquinata dalla pubblicità, da qui l’esigenza di un’informazione di questo tipo, più attenta ai problemi che le persone hanno.
Perché i media nazionali ignorano l’informazione sociale?
Perché c’è un corto circuito tra i fruitori dei media nazionali e coloro che forniscono notizie. Voglio dire che sono le persone di un certo livello che leggono il giornale, che hanno determinati interessi ed una certa cultura, quindi è evidente che chi fornisce informazioni per questi clienti offre un’angolatura, una fotografia, una lettura della realtà che si aspetta questi lettori abbiano.
Come si fa a verificare la fonte di una notizia?
Questo è meno più facile di quanto si immagini. Prima di tutto c’è un materiale in evaso che se uno si attrezza potrebbe consultare. Ad esempio noi abbiamo seimila libri, un centinaio di riviste che parlano dei problemi che trattiamo. Poi, di fronte alle informazioni, in genere, c’è disponibilità. La disponibilità non c’è sul gossip o sulle cose personali. Dopo un po’ di tempo un giornalista che si occupa di queste cose sa dove andare e a chi rivolgersi.
Come è cambiato il giornalismo rispetto a quando hai iniziato la tua attività?
Il panorama è cambiato lentamente ma molto da un punto di vista qualitativo. Soprattutto dai ragazzi più giovani. I giornalisti di una certa formazione è difficile cambiarli. Esiste, invece, tutta la fascia di ragazzi e ragazze, i quali si aprono a questa professione che è andata espandendosi anche perché le scuole di giornalismo si sono moltiplicate. Quando io ho iniziato, nel 1970-’71 c’era solo la Prodeo, che stava sulla Nomentana, dove adesso c’è la Luiss. Adesso le scuole di giornalismo sono diffuse, sono riconosciute, quindi questi ragazzi sono disponibili ad apprendere. Non è vero quello che si dice, che non sono, cioè, appassionati di sociale. Questo campo interessa e noi abbiamo degli ottimi esempi di approfondimenti, di studi, di inchieste e di reportage che sono estremamente belli, significativi e profondi.
Se dovesse atterrare un extraterrestre in Italia, quali giornali, radio, tv, blog e siti gli consiglieresti di studiare per avere un quadro veritiero della nostra realtà?
Se togliamo l’Ansa e l’Adnkronos, il resto è un pastone. Se vai a vedere i siti iniziali della mattina in internet sono pressappoco tutti uguali. Poi, ogni tanto, c’è qualche inchiesta significativa. Di fatto, però, sono pareggiati.
Quali sono i giornalisti che, secondo te, bisogna prendere come modello?
Tutti quei giornalisti che amano fare il giornalismo, cioè che amano andare a cercare non solo la notizia ma i mondi. Ci sono stati, nel passato, sia in tv che nella carta stampata, degli ottimi esempi. Oggi non è soltanto colpa o responsabilità dei giornalisti giovani, il problema è di queste agenzie, le quali forniscono notizie ad un ritmo molto accelerato per la costruzione del giornale. Un ragazzo è costretto a confezionare molti pezzi in poco tempo, quindi non c’è approfondimento. Da noi, qualche anno fa, è venuto il grande Ryszard Kapuściński, il quale, per scrivere un libro sull’Africa è rimasto lì tre anni. Sapeva che per raccontare qualcosa occorreva capirla. Adesso gli inviati vanno lì, si e no una mezza giornata, e scrivono il loro pezzo.
Insomma tutte quelle persone che hanno curiosità, hanno sensibilità e soprattutto sono disinteressate, non essendo agenti di nessuno. Devono sentire, devono essere curiosi, devono essere pazienti e cercare, per quanto possibile, di narrare la realtà.
Cosa ne pensi di un giornale come Shaker e che valore potrebbe avere per la comunità?
Io ho conosciuto Terre di mezzo diversi anni fa, quindi non fa che farmi piacere: l’importante è che anche la notizia sociale non sia noiosa, non sia troppo piagnucolosa, che abbia dei momenti anche di attrattiva, che partendo dalla storia faccia degli approfondimenti, perché ci sono persone curiose di capire che cosa avviene nel mondo, anche circa quei mondi molto spesso narrati con stereotipi. C’è gente curiosa, quindi un giornale come il vostro dovrebbe tendere a far capire proprio questo.
Che consiglio daresti ai nostri redattori di strada per fare un buon giornalismo?
Partire da storie singole, che non siano sempre drammatiche; per esempio è molto opportuno raccontare anche vicende a buon fine, e partendo da queste storie dare degli approfondimenti. Partendo da una persona, da un singolo caso, si può risalire con l’aggiunta di alcuni dati che sono, magari, essenziali e che servono a far capire le cose della città e dell’Italia intera.
Che cosa ne pensi dei senza dimora?
Io ne ho incontrato diversi, in genere sono storie umane spesso drammatiche. Il senza fissa dimora è un’etichetta che la società esterna dà a chi non ha casa. In realtà sono persone con le loro vicende, lieti e tristi, con un loro mondo, le loro culture, le loro origini, i loro sogni: bisognerebbe avere la capacità di tirarle fuori, a prescindere che uno abbia una casa oppure non ce l’abbia. Perché? Perché nessuno di noi ha proprio tutto. Io non sono giovane, non sono alto, uno è maschio l’altra è femmina, uno è di pelle chiara un altro di pelle scura, però ciascuno di noi ha una propria identità ed è bene che venga fuori per recuperare tutte le capacità che ciascuno possiede.
Un giornale redatto da persone che vivono in una condizione di disagio sociale, può incidere nei rapporti con le istituzioni?
Io suggerirei, prima delle istituzioni, di contattare i grandi network: quotidiani di interesse nazionale e televisione, perché questi grandi mezzi comunicativi poi hanno una capacità di penetrazione maggiore. Per esempio a volte escono romanzi che hanno un’influenza molto alta sulla vita sociale, così come alcune inchieste. Quindi non saltare questa fase informativa che è anche di pressione, in quanto è difficile che la distribuzione dia ascolto ai senza dimora. Ma se Repubblica, il Corriere della sera, la Stampa o una grande trasmissione televisiva pongono dei problemi è possibile arrivare alle istitutizioni.
Un tuo articolo sul mondo del volontariato parlava di migliai di persone che si adoperano in questo campo ma che, purtroppo, non hanno una incisività politica. Che consiglio dà a chi è volontario o operatore sociale per mettere in rete queste forze ed essere incisivi politicamente?
Noi abbiamo due grandi problemi: il primo è quello che i grandi numeri non sono aggregati. Non esiste la “Confindustria” del sociale, un limite enorme. Secondo: apparteniamo a fasce deboli di interesse, nel senso che, ad esempio, l’industria farmaceutica ha molti meno addetti di noi ma più rilevanza. Il nostro lavoro può incidere sulle coscienze, è un lavoro lungo, ma se leggiamo la storia degli ultimi trent’anni notiamo che il processo è iniziato, anche se in maniera molto lenta. È un’azione che deve essere costante, non deve commettere errori. Se si pensa alla situazione dell’handicap agli inizi degli anni Sessanta sembra di un altro secolo: questo vale per la psichiatria, per i primi immigrati neri, vale per una serie infinita di categorie. L’idea è quella di stare dalla parte giusta: se stai da questo lato è un po’ come l’orologio, se tu lo fissi ti sembra fermo, ma se tu lo guardi in uno spazio di tempo si nota che cammina. Il volontariato ha anche un altro vantaggio, quello di far parte di una popolazione con le carte in regola: non è l’ubriacone o il pazzo, ma è un cittadino come gli altri che ha un potere che non riesce a serrare. La strada è quella della formazione della coscienza in tempi così duri. La Storia ci insegna che questo momento è un chiaro ritorno indietro. Ultimamente mi è capitato di ascoltare una tesi che afferma che, addirittura, l’individualismo, di cui noi siamo vittime, è una fase che sta terminando per ritornare a forme comunitarie in qualche modo indispensabili. Dopo la ricostruzione italiana c’è sta l’”ubriacatura” del benessere, poi ancora la grande lotta sociale, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, oggi c’è l’indifferenza. Tutto questo, però, non è eterno e alcuni sintomi si vedono: nel consumo, nelle energie pulite e nell’utilizzo del tempo. Sono sintomi che ci dicono che questo “impazzimento” è necessario. Ponendo problemi seri la coscienza civile si raffina. Il problema reale è che le giovanissime generazioni hanno avuto un cambio generazionale con il quale è difficile addirittura mettersi in sintonia, cioè hanno linguaggi e approcci che, anche per giovani limitrofi, è difficile intercettare. Non bisogna, però, dimenticare che sono ragazzi con i propri sogni e le proprie generosità: quindi, in qualche modo bisogna anche intercettarli.
articolo pubblicato sul numero 11 di Ottobre 2009
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