Storie

Aldo: cappellaio, agente segreto e volontario

di  Alessandro Radicchi

25.05.2010

Aldo è un romano d’altri tempi, appassionato di politica e di cultura. Proviene da una famiglia nobile della capitale e, durante la sua giovinezza, ha praticato il mestiere di giornalista per alcune testate di controinformazione. A 65 anni è stato sfrattato dal suo appartamento ed ha chiesto aiuto ai servizi di accoglienza. Oggi vive in una casa di riposo dove gioca a scacchi e coltiva le sue amicizie.

 

Aldo, innanzitutto, grazie per aver dato l’opportunità a Shaker di intervistarti: cercheremo di fare un excursus delle esperienze che ti hanno portato al disagio che ora vivi.

 

Quanti anni hai?

Ho 68 anni, sono a Roma nel 1942. Sono un “romano de Roma” sin da sette generazioni e fin da giovane mi sono impegnato in azioni sociali.

 

I tuoi genitori cosa facevano?

Mia madre era modista, mio padre è morto quando avevo due anni. Provengo da una famiglia nobile romana che risale ad un dinastia del 1220. Però la nobiltà è solo un fatto patrimoniale, pertanto rimane una cosa isolata.

 

Tu hai anche fratelli?

No. Io sono solo al mondo, non ho più nessuno.

 

Come ha inciso questa nobiltà nella tua vita?

Non ha inciso più di tanto perché da quando è stata abolita la consulta araldica ed è finita la monarchia in Italia non è un fatto rilevante, e quindi non ci ho mai pensato.

 

Cosa facevi nella tua infanzia?

Sono andato a scuola: ho fatto il liceo a Roma, ho frequentato il Visconti.

 

Tua madre riusciva da sola a gestire la famiglia?

Nella sua impresa mia madre aveva dieci dipendenti. Poi venne la crisi e fu costretta a chiudere l’attività.

Avevamo un appartamento molto grande, a due piani, a piazza di Spagna: una parte era adibita ad abitazione e ci vivevamo noi, l’altra era dedicata all’atelier di cappelli che mia madre produceva per l’alta moda e vendeva. Aveva una clientela molto selezionata di signore nobili e borghesi, e l’attività, dunque, rendeva molto. Ecco perché porto sempre il cappello. Dopo, però, arrivarono i parrucchieri e ci fu la crisi.

 

Perché in quegli anni non c’erano i parrucchieri?

Sì, esistevano ma ce ne erano pochi. Il cappello per una signora della buona borghesia romana era importante. Con la crisi fu costretta a chiudere l’attività e dovette inventare altri modi per investire i soldi che aveva guadagnato. La mattina andava alle aste del Monte di pietà, nei pressi di Campo dei Fiori, e comprava i gioielli e li rivendeva: lei se ne intendeva di pietre, di oro e di argento.

 

Che cosa hai fatto subito dopo la scuola?

Dal 1964 ho praticato il mestiere di giornalista presso l’Agenzia Montecitorio di Lando dell’Amico, un personaggio di grande fama. L’Agenzia era collegata ai servizi segreti e schedava tutto il personale politico, ecclesiastico e sindacale. Era un organo di controinformazione e fu una grande esperienza. Incominciai con la rassegna della stampa, archiviando gli articoli per società, persona oppure ente.

 

Chi vi contattava?

Il direttore era Lando dell’Amico che aveva dei contatti importanti. Le notizie venivano spedite ad una specifica utenza che si abbonava all’agenzia.

 

E i servizi segreti cosa c’entravano?

Se leggi i libri di Piero Calderoni e Giuseppe De Lutiis scoprirai che sono nominate queste agenzie di controinformazione: ci sono l’Agenzia Montecitorio, l’Agenzia Repubblica e l’Agenzia OP, Osservatorio politico internazionale, fondata da Pecorelli.

 

Perché queste agenzie si chiamavano di controinformazione?

Il motivo è che si intrufolavano in tutto ciò che riguardava la politica dello Stato, la politica militare, la guerra fredda, gli scandali politici ed economici attraverso l’attenzione alla cronaca giudiziaria, all’informazione economica. Queste agenzie riuscivano ad ottenere una serie di informazioni privilegiate, che servivano a fare gli scoop. La stampa quotidiana e quella settimanale, poi, riprendevano questi servizi per fare notizia.

 

Il tuo ruolo era quello di fare la rassegna stampa?

Io ho cominciato con la rassegna stampa e poi facevo i pezzi, cioè scrivevo io stesso gli articoli. Ero un giornalista a tutti gli effetti. Ma oltre al giornalismo, la mia più grande soddisfazione è stata quella di conoscere Mino Pecorelli. Io militavo nella Dc, nella corrente di Fiorentino Sullo, e conobbi lui che era il capo ufficio stampa dell’allora ministro Sullo. Era una persona squisita. Tant’è che nel 1973 mi chiamò perché aveva da poco fondato l’agenzia giornalistica OP.

 

Tua mamma era viva ancora?

Sì sì, mia madre è morta nel 1996. Nel frattempo continuava a fare il suo lavoro.

 

Continuiamo a seguire i passi della tua vita. Nel 1973 apre questa nuova agenzia, l’OP: fino a quando dura questa esperienza?

Facevo parte dello staff ma non sono stati tempi facili. Abbiamo continuato questo lavoro di controinformazione fino al 1985, quando c’è stato il caso Kappler, che ci ha fatto capire che se avessimo continuato in questo lavoro, ci poteva accadere qualcosa di grosso.

Kappler era uno dei più grandi criminali di guerra e stava scontando la sua pena in Italia.  L’ex comandante SS aveva avuto man mano un allentamento della sorveglianza, da Gaeta stava all’ospedale del Celio. Annelise, la moglie, lo andava a trovare, e così è fuggito. Noi che collaboravamo con l’agenzia OP siamo stati chiamati per essere interrogati su quello che sapevamo. Si scoprì che l’Italia aveva chiesto un prestito alla Germania, il quale veniva concesso solo se Kappler veniva rimesso in libertà e riaccompagnato alle frontiere del suo Paese. Era un argomento che non veniva toccato facilmente dalla politica italiana. Il direttore dell’Osservatore Politico Internazionale fu arrestato. I giornali di sinistra e la Federazione della stampa si mossero per ottenere la sua libertà, così decidemmo di allentare la presa ed io lasciai questo incarico, perché non intendevo più lavorare in ambienti del genere.

 

Aldo, hai detto che siamo al 1983, quindi avevi 41 anni, che cosa hai fatto dopo di questa esperienza?

Mi sono dedicato ad una piccola comunità casa-alloggio. A casa mia avevo creato la comunità San Sebastiano, di cui sono stato il presidente, e per vent’anni tra i miei libri, la mia biblioteca e le mie camere ospitavo persone in difficoltà. Avevo una casa di 120 mq e otto posti letto.

 

Come funzionava questa comunità?

Se una persona era autosufficiente, o giovane da poterlo essere, veniva ospitato. Potevano pure essere di passaggio per una doccia, cambiarsi i vestiti, per mangiare e io davo ospitalità gratuita, senza mai volere niente in cambio. Certamente ho avuto un aiuto dal Vaticano, dal papa Giovanni Paolo II che mi ha dato 2 milioni di lire; ero conosciuto alla Caritas, avevo conosciuto monsignor Di Liegro. Nel 1989 abbiamo occupato, con la Casa dei diritti sociali, la Pantanella, che era un pastificio abbandonato e degradato dove successe un fatto. All’Acea a Piazza Vittorio ci fu una storia: buttarono tutti fuori e con Dino Frisullo, Evio Botta e Giulio Russo ci insediammo in questo stabile.

 

E come campavi?

Ce la facevo perché avevo tanti amici che mi aiutavano. Non avevo risparmi ma solo persone che conoscevo che mi davano una mano, abbastanza sostanzioso a livello economico. Avevo una rete di conoscenze che andavano dai cardinali ai preti e ai vescovi. Questa esperienza è andata avanti fino a che ho potuto.

 

Quanto dura questa comunità?

Venti anni, più o meno: fino al 2006. Poi non sono stato più in condizione di sostenere il tutto perché mi hanno tolto la casa.

 

Dove stava questa casa?

A Piazza del Popolo. Prima stavo in via Bocca di Leone, a Piazza di Spagna, poi sono passato a via del Vantaggio, vicino Piazza del Popolo. Ovviamente ci sono arrivato tramite conoscenze. Abbiamo preso quest’ultimo appartamento perché era di un ente pubblico: nel 1985 ci trasferimmo, io e mia madre. Quando poi c’è stato il problema di cartolarizzazione o compravo la casa oppure me ne andavo. Io, ovviamente, non avevo i soldi per comprarla. Incontrai una persona, la quale mi anticipò dei soldi per le spese di acquisto della casa. Ma le cose non sono andate bene, perché hanno cercato di prendermi in giro.

 

Nel 2006 che succede, ti tolgono questa casa e tu dove vai?

Con i soldi che pensavo questo signore mi avrebbe dato presi un appartamento bellissimo, ma ad un certo punto non ce l’ho fatta più a pagare e improvvisamente mi sono trovato in mezzo alla strada.

 

Che giorno era, ti ricordi?

Era un venerdì del 2007, mi ricordo che pioveva. Comunque non ho avuto problemi, perché avevo sempre lottato con le associazioni per il diritto alla casa. Grazie a questo mi hanno mandato al Centro Madre Teresa di Calcutta, a Via Assisi, dove sono stato fino a poco tempo fa.

 

Quindi non hai dormito neanche una notte per strada?

Fortunatamente no. A differenza di altri poveri sono stato fortunato, anche perché ero un personaggio conosciuto. Lì ci sono stato un anno e due mesi ed è stata un’esperienza importantissima, non c’è mai mancato nulla. Poi ho conosciuto Binario 95 e quindi, durante il giorno, andavo al centro diurno: lì sono stato veramente tanto bene.

 

E dove stai oggi?

Adesso sto alla casa di riposo Santa Francesca Romana che è una struttura di accoglienza convenzionata con il Comune.

 

Come si svolge la tua giornata?

Non sto tutto il giorno lì dentro, esco perché mi piace incontrare persone, mi sento ancora una persona dinamica. Lì siamo una quarantina di persone: si mangia a mezzogiorno e alle sei. Il rientro è alle ventuno. Frequento la parrocchia e faccio giri vari. Con quattrocento euro al mese, quella che è la mia pensione sociale, che ci faccio? Trecento li do per l’ospitalità e me ne rimangono solo cento. Oltre alle sigarette, cose personali, tintoria, perché a me piace essere una persona dignitosa, non ce la faccio con soli cento euro, quindi devo arrotondare. C’è sempre qualche persona generosa che mi regala magari venti euro. Purtroppo che devo fa’?!?  In qualche modo devo supplire a questo!

 

Aldo, raccontami l’evento più bello della tua vita.

Quando siamo andati a vedere lo spettacolo Notre Dame de Paris con gli ospiti del Binario 95, a capodanno.

 

E donne, amore?

Ho avuto diverse avventure e diverse storie, ma poi con il tempo ho abbandonato tutto, come Sant’Agostino.

 

Tu hai conosciuto Di Liegro, che cosa hai imparato da lui?

Ho imparato il concetto del servizio ai poveri e della carità.

 

Che significa per te aiutare gli altri?

Dare un arricchimento spirituale e interiore ad altre persone, sia come laico che come cristiano. Rivivere i valori autentici del cristianesimo. La politica deve essere al servizio dei poveri, così come la Chiesa.

 

Diamo un consiglio ai giovani, soprattutto a quelli che stanno in strada, che tu conosci. Cosa diresti loro?

Bisogna lanciare un appello forte: quello di contattare le organizzazioni del volontariato, fare i percorsi insieme e uscire dall’emarginazione attraverso la formazione e il lavoro.

 

Allora diamo un consiglio anche ai politici. Cosa vorresti dire al nuovo governatore del Lazio?

Un’attenzione maggiore alla sanità e alle politiche sociali. Il primo problema da affrontare è il diritto alla casa. A Roma ci sono centocinquanta mila appartamenti sfitti, palazzi interi abbandonati e vuoti: bisogna rispondere all’emergenza casa. In Italia c’è il dramma della casa. Se un essere umano non ha una casa è un cane randagio. Ci sono anche persone anziane che dormono per strada, e questo non è possibile nel Terzo millennio: grida vendetta a Dio.

articolo pubblicato sul numero 13  di Maggio   2010


Commenta questo articolo











invia ad un amico |  | Twitter | Delicious | Stampa

Shaker è realizzato grazie anche al contributo della Fondazione Vodafone Italia e delle Ferrovie dello Stato.
É sostenuto in particolare da: Stefano Benni ed il Gruppo Lupo

Copyright © 2010 Shaker, Pensieri senza dimora online - Testata giornalistica online
Autorizzazione del Tribunale Civile di Roma n. 348/2010 del 05/08/2010
Direttore Responsabile: Alessandro Radicchi| Editore e proprietà: Europe Consulting, Cooperativa Sociale