INTERVISTA A RAFFAELA MILANO
Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Roma
di
Nicola Spagnoletti
Antonio Buoninconti
24.03.2009 Cosa rappresenta per l’assessore alle politiche sociali un senza fissa dimora?
Credo, come assessore alle politiche sociali, che rappresenti innanzitutto un cittadino o una cittadina, cioè una persona che si trova a vivere nella città e si trova a condividere la vita della città, che certo affronta difficoltà maggiori rispetto agli altri, perché non ha un luogo fisso dove poter costruire la propria esistenza. È un cittadino con cui dobbiamo discutere e costruire assieme qualcosa di positivo.
Le è mai capitato di incontrare dei senza fissa dimora che non sapevano che lei fosse assessore? E come si è comportata con loro?
Mi è capitato spesso; cerco di comportarmi con loro come mi sono sempre comportata prima di fare l’assessore e come mi comporterò anche dopo. Cerco di considerare il senza fissa dimora un essere umano. Questo non significa essere particolarmente buoni o pieni di sentimenti, ma semplicemente non dimenticare che si tratta di persone che vivono una situazione che potremmo vivere tutti, perché è solo il caso della vita che ha voluto questo.
Cosa prova Raffaela Milano di fronte a una persona che ha perso il lavoro, gli affetti e la casa?
Provo un grande senso di rabbia! Mi capita ogni giorno di incontrare persone che vivono in queste condizioni. Sono persone che magari si vergognano di dire ai figli che non ci sono i soldi per comprare il necessario per la scuola, si vergognano nei confronti della propria famiglia e si isolano ancora di più. Sono persone che, per un motivo o l’altro della vita, improvvisamente sono scivolate in una condizione che non avrebbero mai immaginato prima. Innanzitutto credo che queste tragedie personali siano spesso frutto di ingiustizie molto profonde, che il nostro mondo vive e per cui è tanto diseguale la condizione delle persone. Ma la rabbia non basta: bisogna rimboccarsi le maniche e cercare, con le persone, senza promettere miracoli, di investire in questi progetti. Bisogna sapere che la persona deve trovare dentro di sé le forze per costruire un’alternativa. Non c’è nulla da promettere, ma c’è da far sentire la vicinanza di qualcuno che sta accanto e sostiene gli sforzi che poi una persona deve fare autonomamente: questo è fondamentale.
Se lei perdesse il lavoro e gli affetti, cosa chiederebbe al Comune di Roma?
Chiederei le cose elementari, come un posto dove poter stare al di fuori della strada, dove potersi lavare e tenere un po’ di dignità, e poi essere messa in contatto con chi mi può dare una nuova opportunità. Non chiederei cose impossibili, ad esempio una casa subito, perché so che ci sono tante persone prima di me che l’aspettano. Non chiederei nemmeno la garanzia di un lavoro immediato, perché non è possibile ottenerlo subito, ma piuttosto un aiuto per potermi costruire delle opportunità.
Sono tre anni che si parla di emergenza freddo: perché è ancora un’emergenza?
Io non ne parlo, ne parlano molto i giornali. Il freddo non è un’emergenza. Noi abbiamo pensato in questi ultimi anni di fare vera una cosa che monsignor Luigi Di Liegro (direttore della Caritas di Roma scomparso nel ’97, ndr) diceva sempre: l’inverno arriva ogni anno, non è un emergenza. È vero che noi di inverno incrementiamo i nostri servizi, ma sono anni che nel nostro piano per i senza fissa dimora si parla di interventi che durano 365 giorni l’anno e non solo nel periodo freddo, perché il freddo aumenta dei rischi che ci sono tutto l’anno.
Quanti posti mette a disposizione il Comune di Roma per l’emergenza freddo?
Complessivamente per i senza fissa dimora vengono istituiti 4.200 posti di accoglienza, ai quali bisogna aggiungere una rete per affrontare l’emergenza abitativa. Abbiamo oggi in accoglienza circa 40.000 persone. Trovarsi in emergenza abitativa significa esser sotto sfratto o ritrovarsi improvvisamente senza casa. Si tratta di fare prevenzione: dobbiamo fare in modo che persone che hanno avuto lo sfratto in strada non ci finiscano proprio.
E se ce ne sono 500 in più?
Ci sono e il Comune da solo non ce la fa. Abbiamo intenzione di aumentare questa rete, che è già la più grande in Italia e quella che ha mantenuto un ritmo più intenso. Anche in anni in cui tutti i Comuni hanno avuto tagli sul sociale, noi abbiamo continuato a investire sul bilancio sociale. I senza fissa dimora sono sempre più numerosi e il Comune da solo non ce la può fare. Abbiamo bisogno di interventi per fare in modo che per strada ci finisca meno gente possibile. Quali sono? Innanzitutto l’intervento sulle case: adesso finalmente c’è un tavolo con il Governo per affrontare questo problema come un’emergenza nazionale. Poi c’è il lavoro: noi proponiamo da anni il reddito minimo di inserimento, che aiuti le famiglie nei periodi in cui restano senza occupazione. Poi c’è la legge sull’immigrazione (tanti senza fissa dimora sono stranieri), perché la Bossi-Fini non ha dato una risposta e gli immigrati non hanno la possibilità di trovarsi un affitto o di partecipare a un bando per le case. Da parte dell’amministrazione comunale c’è la volontà di continuare a investire, ma sappiamo che non basta tamponare l’emergenza, perché sarà sempre più grande se non si interviene con queste politiche. Questo è l’appello per il nuovo governo, perché, se si interviene a monte, il numero delle persone in emergenza dovrebbe tendere a ridursi, non ad aumentare anno dopo anno. Altrimenti diventa una rincorsa impossibile, perché i numeri della povertà che avanza non possono consentire di accogliere tutti coloro che hanno diritto ad essere accolti.
E dopo l’emergenza freddo i senza fissa dimora dove vanno?
L’emergenza freddo aggiunge, ai servizi che ci sono sempre, degli altri servizi. Dopo l’emergenza freddo non finisce tutto: chiudono la Tenda della solidarietà e altre realtà, ma si cerca di anno in anno di evitare che le persone restino senza risposta. Si tenta di fare progetti personalizzati, anche di stimolare le persone a trovarsi delle soluzioni. Non tutti i senza fissa dimora sono uguali; bisogna fare in modo che nel periodo che si passa in accoglienza la persona venga aiutata a rendersi autonoma. Abbiamo registrato tante storie positive dove le persone, dopo l’accoglienza, hanno acquistato fiducia e si sono rese autonome. Lo spirito è quello di non rendere cronica la persona che sta in accoglienza, altrimenti i posti non basterebbero mai. Deve essere un periodo di transito, dopo il quale la persona deve andare avanti con le sue gambe o, se è anziana o malata, andare in altri luoghi opportuni. Ma l’accoglienza deve rimanere temporanea.
Quanto costa al giorno un senza fissa dimora al Comune di Roma?
È difficile stimarlo; tutto il circuito di sostegno alla povertà costa 16 milioni di euro l’anno, ma è difficile calcolare il costo per ciascuno, perché abbiamo situazioni molto diverse tra loro. Ci sono i minori soli, non accompagnati, che costano molto più di una persona che va solo a mangiare alla mensa Caritas; ci sono servizi di cui si avvalgono un po’ tutti, come i bus e le mense, dove forniamo 2.400 pasti al giorno. È un circuito molto largo, rivolto non solo alle persone in accoglienza.
Ha idea di quanto spenda un senza fissa dimora al giorno per sopravvivere?
Tra i senza fissa dimora ci sono ragazzi investiti dalla dipendenza da droghe che non spendono soldi per la propria salute, ci sono persone anziane confuse che hanno grandi patrimoni. Ci è capitato di ricostruire, con l’aiuto dell’amministratore di sostegno, la storia economica di persone confuse con patrimoni, che però vivevano in una condizione di disagio. Sono molto diverse le persone senza fissa dimora, non è possibile inserirle tutte in un’unica categoria.
Come vengono gestite le coppie di senza fissa dimora sposati? Hanno modo di vivere nello stesso ostello?
È difficile. Nelle strutture di emergenza abitativa, come i residence, non ci sono problemi; ma nelle strutture di emergenza abbiamo scelto di dividere le donne con i bambini dagli uomini maturi. La scelta è legata al fatto che queste realtà hanno una serie di servizi comuni; sono le stesse donne che preferiscono, per riservatezza, stare con sole donne e bambini. Le situazioni di coppia necessitano di determinati servizi, come bagni propri. Quando parliamo di residenzialità, ognuno vive con i propri affetti; se si tratta di strutture di emergenza e accoglienza notturne per i senza fissa dimora, l’esperienza delle donne e dei minori ci ha portato a tenerle separate dagli uomini. Dobbiamo consentire a tutti di avere la propria intimità.
Quanti assistenti sociali ha il Comune di Roma?
Abbiamo 170 assistenti sociali; stiamo facendo un nuovo concorso perché sappiamo che ne servono altri. L’assistente sociale ha un ruolo importante, ma la città non può delegare tutto a questa figura: dobbiamo promuovere servizi di comunità e interventi che diano all’assistente sociale la possibilità di muoversi meglio, contando sul tessuto solidale.
Come mai a volte le attese superano un anno, o non si riesce neanche ad avere l’appuntamento?
Questo è troppo, non è possibile. Un po’ di attesa ci può essere, c’è il Segretariato Sociale che deve fare da filtro alle domande e alle necessità, come accade al pronto soccorso, per tener conto delle priorità. Ad esempio, un codice rosso ha la priorità. Se ci sono stati casi in cui l’attesa è durata un anno, vuol dire assolutamente che qualcosa non ha funzionato e bisogna cambiarlo.
Sa quante persone sono morte in strada negli ultimi tre mesi?
Non finiscono tutte sui giornali. I giornali ne parlano solo l’inverno. Chi vive su strada muore su strada. Sicuramente è un numero molto più alto di quello che sappiamo dalle cronache cittadine. Chi conosce queste persone da vive sa pure quali fattori sono alla base della morte. Io mi allarmo, più che per il freddo, per le cirrosi epatiche fulminanti, oppure per altre problematiche che non sono legate alle temperatura.
Ogni anno vissuto su strada sono cinque anni vissuti in un’abitazione, per il modo in cui la strada logora la qualità della vita. Le nostre cronache avranno parlato di 10 persone, ma non è il numero reale. Non ci sono dati statistici su questo fenomeno. Bisognerebbe studiare approfonditamente l’età media dei decessi, le patologie che li hanno causati. Sappiamo ad esempio che chi vive in condizioni socio-economiche migliori, ha più facilità ad accedere al sistema sanitario. In alcuni casi, esistono patologie precedenti allo stato di senza fissa dimora, o magari determinanti. Accogliamo a volte situazioni tanto compromesse che l’unica cosa possibile è accompagnare la persona nelle ultime fasi della sua vita. Molte persone poi non sono in regola coi documenti. Uno studio statistico potrebbe essere utile per avere una visione più chiara del fenomeno.
Anche la criminalità è un problema?!
Abbiamo avuto in questi mesi casi di rese di conti, che hanno dato luogo a indagini. Non ho una visione romantica dei senza fissa dimora: ognuno deve essere aiutato ma deve anche mantenere la propria responsabilità. Troviamo tipi di persone che ci sono anche in altri ambienti, con le loro virtù e i loro problemi. Dobbiamo lavorare sia per i diritti che per i doveri,perché se il senza fissa dimora aggredisce un concittadino, io sono dalla parte del cittadino aggredito. Il fatto di essere senza fissa dimora non può essere un alibi per comportamenti violenti. Essere cittadini significa non essere considerati come un oggetto, con pietismo e paternalismo, ma essere dentro una serie di regole che implicano sia diritti che doveri o responsabilità nei confronti degli altri.
Non si poteva fare di più per evitare i decessi?
Penso di sì; noi abbiamo fatto molto confrontando i numeri con quelli delle altre città. Abbiamo fatto passi avanti, tutti… non solo l’amministrazione. Se non esistesse una rete di servizi e di persone che si danno da fare, le situazioni di sofferenza sarebbero molte di più. Detto questo, anche una sola persona per strada significa che si deve fare di più; non ci sentiamo soddisfatti, però rivendichiamo l’efficienza del nostro operato. Non vogliamo città dove ci sono i condomini dei benestanti con le guardie all’ingresso e quelle dove nessuno può più entrare. Questo futuro vogliamo evitarlo per la nostra città come per le altre.
Chi si occupa dei funerali dei senza fissa dimora se non hanno famiglia, affetti e conoscenti?
Se ne occupa il Comune di Roma, in accordo con l’Ama che gestisce i servizi funebri. Proprio di recente abbiamo fatto un accordo per superare i funerali di beneficenza e cercare di fare in modo che la persona sola abbia la possibilità di avere delle esequie come tutti i cittadini.
Quali sono le azioni politiche e pratiche che lei come Assessore sta facendo per i senza fissa dimora?
La priorità è stata l’aumento dell’accoglienza e continueremo in questo senso; credo nella figura dell’amministratore di sostegno, perché ci sono persone che vivono il problema della solitudine e della confusione. Abbiamo il caso di una persona che, dopo aver vissuto per tre anni in disagio, ha ricostruito la propria storia e ha riconquistato la propria dignità. Aumentare i posti serve, ma soprattutto servono interventi a monte: servizi per l’immigrazione, politica per la casa e per la precarietà del lavoro, perché dobbiamo ridurre le cause per cui si finisce per strada e poi dobbiamo ricucire i legami e la possibilità di ricostruirsi un futuro. Questo sempre nella libertà della persona stessa. Inoltre dobbiamo rafforzare l’intervento di assistenza per donne e minori in stato di disagio, il cui numero è cresciuto e per cui abbiamo già istituito 400 posti di accoglienza, ma ne servono di più.
Cosa vorrebbe comunicare ai senza fissa dimora di Roma attraverso Shaker?
I senza fissa dimora sanno che è difficile trovare risposta a tutti i problemi rivolgendosi all’amministrazione comunale o ai servizi sociali, ma è importante che si sentano cittadini di questa città con pari dignità e possibilità di accesso alle istituzioni dei propri concittadini. Non devono sentirsi cittadini di serie B. Questo non significa avere una casa o un lavoro, a volte non significa neanche trovare una risposta immediata, ma sapere che un’amministrazione considera i senza fissa dimora come persone fondamentali per il futuro della nostra città, con cui dobbiamo fare insieme un po’ di strada. C’è da parte nostra la volontà di un dialogo, e un giornale significa anche questo. Bisogna sentirsi parte di un dialogo cittadino, soggetti protagonisti di questo lavoro, non semplicemente oggetti da assistere a Natale o in eventi particolari. L’amministrazione non ha una risposta per tutti, ma sta al loro fianco. Dalla povertà si può uscire; ci vuole molta fatica ma abbiamo assistito a storie positive che ci insegnano come sia possibile ricostruire il futuro. Riguardo a Shaker formulo veramente di cuore il mio augurio a tutti i redattori, perché questa è una bellissima iniziativa e una bella esperienza. Grazie a chi ci ha pensato ed a chi leggerà questo giornale. Abbiamo bisogno di Shaker perché far conoscere la realtà dei senza fissa dimora è importante quanto dare servizi. La conoscenza e l’informazione, ma anche il sentirsi parte di una redazione sono molto importanti; speriamo che questo messaggio arrivi in profondità nella nostra città.
articolo pubblicato sul numero 2 di Aprile 2007
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