Primo piano

A scuola di integrazione al Lazio Camp 2010

di  Valentina Di Fato

24.08.2010

I suoi genitori l'hanno portata in Italia quando aveva poco più di un anno, nei ricordi porta i colori ed i sapori del Senegal, nelle sue parole, invece, si ritrova lo slang dei giovani italiani d'oggi.

Mati Ndaw si è appena diplomata all’Istituto alberghiero di Fiuggi ed ha ricevuto, il 10 luglio scorso, il premio “TrecentoSessanta Valori e Prospettive”, durante i lavori del seminario Lazio Camp 2010, organizzato da TrecentoSessanta Lazio, associazione regionale del network che fa riferimento ad Enrico Letta, e da Praxis – Scuola di politica e territorio. Attorno al tavolo di riflessione anche il giornale di strada Shaker, Pensieri senza dimora, che dà voce alle persone senza dimora di Roma e promuove integrazione.

La serata si è svolta nella splendida cornice della mostra “Fornelli di Italia” – ritratti di chef immigrati nelle cucine italiane – realizzata da Etnocom in collaborazione con Gambero Rosso ed allestita per l’occasione negli spazi dell’Atlantic Park, Hotel di Fiuggi.

Un riconoscimento ai giovani di altre culture che hanno deciso di lavorare in Italia, per un’immagine del Paese che unisce sviluppo e integrazione: Mati Ndaw ci racconta la sua esperienza.

 

Mati, da quando tempo vivi in Italia?

Da circa 18 anni. I miei genitori mi hanno portata qui quando ero molto piccola. Praticamente, fino ad ora, ho vissuto quasi sempre in Italia, ed ho frequentato in questo Paese le scuole materne, le elementari, le medie e le superiori. Mi sento italiana a tutti gli effetti, pur continuando a rimanere legata ad alcuni elementi culturali, sociali e religiosi dei miei genitori.

 

Hai avuto difficoltà ad integrarti?

Sì, quando ero più piccola sì, soprattuto quando ero alle scuole medie. Il periodo più difficile l'ho vissuto dopo l'11 settembre. Io sono di religione musulmana, e a quei tempi, i miei amici erano portati a pensare che tutte le persone di origine islamica fossero dei terroristi. Mi isolavano solo perchè ero musulmana, offendendo me e la mia religione, dicendomi parole poche carine e discriminando il mio colore.

Questo soprattutto quando ero più piccola, ora la situazione è un po‘ cambiata, ma ancora mi capita di incontrare persone che fanno apprezzamenti sul colore della mia pelle.

 

Che cosa vorresti fare da grande?

Il mio sogno è quello di aprire un ristorante o un albergo in Senegal. Ho appena preso il diploma alberghiero e vorrei fare qualcosa in questo campo. Sono molto affezionata alle mie radici e vorrei stare più vicina ai miei parenti africani, ai miei nonni e ai miei zii. In questo modo vorrei poter dare una mano ed investire nell'economia del Senegal.

 

Cosa ti piace di più del Senegal e cosa ti piace di più dell'Italia?

Non torno in Senegal da sette anni, e quindi mi piace ricordare i miei parenti, passare del tempo con le persone care della mia famiglia. Ma anche il mare, il sole e le atmosfere. Dell'Italia, invece, amo lo stile di vita che conduco e le tante amicizie che ho trovato. Ecco, mi mancheranno i miei amici, se dovessi riuscire a tornare in Senegal.

 

Che cosa dicono i tuoi amici italiani?

Loro sono molto entusiasti, e un giorno vorrebbero che li portassi tutti in Senegal, per scoprire la terra da cui provengo.

 

Secondo te, cos'è che produce integrazione?

Aprirsi a nuovi orizzonti, entrare e conoscere nuove culture e nuove tradizioni.

Bisogna cambiare la mentalità, ci sono persone molto chiuse al nuovo e che non accettano il diverso. Molto spesso non appena si parla di stranieri si guarda al colore della pelle. Si fa caso se uno è bianco oppure nero. Nascono forti pregiudizi anche solo a vedere che il colore della pelle è diverso. Eventi come questo promuovono l'intercultura e l'integrazione.

Vorrei incominciare a lavorare, farmi un solido bagaglio di esperienza per realizzare il mio sogno in Senegal.

 

Foto: Silvia Lanzano



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