Inviati di strada

INTERVISTA ALLE STATUE VIVENTI

di  Antonio Buoninconti
Eugenio Marchetti

24.03.2009

E. e M. sono due giovani sorelle rumene che, per vivere, fanno le artiste di strada.

Le abbiamo incontrate in un pomeriggio di marzo a piazza Venezia mentre si stavano esibendo come statue viventi. Erano vestite da Aladino ferme immobili nell’attesa che qualche turista incuriosito si fermasse a osservarle. Sono state molto gentili e disponibili con noi, ma il loro sguardo ci è sembrato triste e malinconico, soprattutto quando ci hanno parlato della loro vita.

Gli abbiamo fatto qualche domanda sulla vita degli artisti di strada e sulla loro storia.

PER QUANTO TEMPO VI ESIBITE PER STRADA?

Iniziamo a lavorare alle 10 del mattino e finiamo alle 17, stiamo 7 ore ferme e così ci guadagniamo ciò che ci serve per andare avanti. Facciamo qualche pausa per riposarci e mangiare qualcosa.

VI BASTA QUESTO LAVORO PER VIVERE?

Non sempre, però è un buon aiuto per noi e per la nostra famiglia. Nostro padre è malato e ha avuto un incidente alla gamba, dobbiamo pensare anche a lui.

COSA PENSATE DI QUESTO LAVORO?

Non è un hobby per noi, tantomeno una nostra scelta. È dura... crediamo che nessuno faccia l’artista di strada solamente per scelta. Per fortuna non abbiamo nessun problema con la polizia o con i vigili: ci lasciano star qui e non ci dicono niente.

CONOSCETE ALTRI ARTISTI DI STRADA?

Sì, ne vediamo in giro tanti… sono principalmente marocchini o del Bangladesh. Ce ne sono tanti anche in Romania. Dopo che è caduto il governo di Ciausescu c’è stata molta disoccupazione e tanta gente ha cominciato a vivere così.

CHE TIPO DI PERSONE SI AVVICINANO PRINCIPALMENTE?

Sono più che altro turisti… i bambini quando passano rimangono incuriositi a guardarci e chiedono ai genitori di farci una foto e i loro genitori mettono qualche moneta nel bicchiere. Qualche volta capita anche che qualche romano passa e ci dà qualcosa. 

 

Erano stanche e stavano per andar via, ci hanno regalato un sorriso quando ci siamo fatti assieme una foto prima di salutarci.

 

 

articolo pubblicato sul numero 2  di Aprile   2007


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