IL MATRIMONIO DEI ROMANI

di  Alberto Balletta

24.03.2009

Presso i romani il matrimonio (matrimonium) doveva essere preceduto dal consenso del padre, cioè la cerimonia del fidanzamento (sponsio), nella quale il padre prometteva la figlia all’uomo che l’aveva richiesta e il fidanzato (sponsus) offriva alla fidanzata (sponsa) un anello, come pegno di fedeltà, ed altri doni come caparra, che egli perdeva qualora avesse mancato alla parola data.

Il matrimonio poteva celebrarsi in due modi, secondo che la donna passasse con tutti i suoi beni dalla potestà del padre a quella dello sposo, oppure restasse col nome di matrona, nella potestà del padre; ma nell’un caso o nell’altro le cerimonie non differivano gran che. Venuto il giorno stabilito per le nozze (nuptiae), prima del sorgere del sole, si compiono vari sacrifici nella casa paterna e subito dopo, alla presenza dei testimoni, si dà lettura della formula del contratto nuziale. In seguito la fidanzata, vestita di una tunica bianca, col volto coperto da un velo e coronato di candidi fiori, si reca insieme col fidanzato a fare offerte agli dei tutelari delle città, per invocare la loro protezione. Soltanto a tarda ora lo stuolo numeroso degli invitati, tra suoni e canti festosi, alla luce di numerose fiaccolate accompagna la sposa alla casa dello sposo, il quale per la strada getta noci ai fanciulli, a significare ch’è finita l’età della spensieratezza. Quando finalmente giunge alla casa deve accoglierla, la sposa ne unge di olio la porta e l’adorna di bende, mentre pronuncia la formula di fedeltà. Poi, sollevata da terra perché non inciampi nella soglia (ciò sarebbe di cattivo augurio) è ricevuta nella nuova casa dallo sposo, il quale le offre un vaso d’acqua e un tizzone di fuoco, come elementi più indispensabili della vita che, da questo momento, devono condurre insieme. La caratteristica cerimonia ha termine con un banchetto (cena nuptialis) e si rinnova il giorno dopo con un pranzo di gala.

 

articolo pubblicato sul numero 1  di Dicembre   2006


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