SENZA CASA PER LA MENTE
di
Amici di Shaker
25.03.2009 Passano le macchine. Fruscii rapidi di metallo e gomme sull’asfalto. Leggeri e dimentichi di ogni coscienza. Sono le cinque di mattina. Fa freddo, ma nel grigiore della città non ci sono foglie per scorgere le gocce di rugiada, poesia dell’alba. I portici si risvegliano stanchi, sorreggono le case con indifferenza. Le strade semideserte, le cartacce svolazzano sui marciapiedi, prese in giro dalla frenesia. Non ci sono più sussurri, l’uomo non pensa più. Vi è invece un vecchio in un canto. No, forse è un cumulo di stracci. Dorme? Forse è morto. Ma a chi interessa? Poeta del giorno e preda della notte, perisce nelle nostre macerie. Un taglio d’ombra tra il cappello sgualcito e la coperta, ecco la bocca dischiusa in diniego. Ecco l’umana sofferenza. Silenzio. Nessuno muove mano, eccetto il poeta sveglio. Tira il lembo del lenzuolo di giornale per coprirsi un po’ di più. Per scappare nel suo punto fermo. Ed ecco, quando lui decide che è meglio coprire gli occhi, la città inizia a vivere. O forse a morire. Il poeta senza dimora per corpo e mente vaga con gli occhi per le piazze, per le strade, per i ponti e per i parchi. Dove finisce l’ira di Dio?
articolo pubblicato sul numero 4 di Dicembre 2007
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