Conflitti dimenticati:libri nell'occhio del ciclone
Feltrinelli - 152 pagine
Codice ISBN 8807710129
€8.00
Esistono guerre di serie A e di serie B? Senza dubbio, secondo i media, che non mancano di informare sul conflitto in Iraq e in Afghanistan, mentre tacciono su altre lotte armate in corso in altre zone del pianeta. Dal 2003 la Caritas italiana si occupa, invece, di puntare i riflettori proprio sui conflitti dimenticati, proponendo un rapporto di ricerca in merito a cadenza biennale, in collaborazione con le riviste “Famiglia cristiana” e “Il Regno”; entro fine anno uscirà il nuovo e atteso rapporto, dal titolo Nell’occhio del ciclone , pubblicato da Il Mulino. A luglio è stato pubblicato il capitolo centrale da “Famiglia cristiana”: in sostanza, si tratta dei dati del sondaggio Swg, da cui emerge che il 20 per cento degli italiani non è in grado di indicare alcun conflitto armato del pianeta risalente agli ultimi cinque anni. Il vuoto assoluto: né Iraq, né Afghanistan, né Palestina/Israele... Si tratta di una percentuale in ascesa di ben tre punti, rispetto alla stessa rilevazione effettuata nel 2004. Da cinque anni, data del primo rapporto sulle guerre su cui è sceso l’oblio generale (I conflitti dimenticati, edito da Feltrinelli nel 2003, seguito nel 2005 da Guerre alla finestra, Il Mulino), non è cambiato molto nella percezione dell’opinione pubblica e nelle distorsioni della macchina dell’informazione. E stupisce scoprire che sono proprio i giovani a essere i meno informati: il 30 per cento non ricorda alcuna guerra e non sa indicare alcuna catastrofe ambientale accaduta negli ultimi cinque anni, anche se l’uso del web per informarsi sui conflitti è passato, negli ultimi quattro anni, dal 6 al 16 per cento. Sembra regnare la confusione: le risposte evidenziano la difficoltà anche a collocare sul mappamondo i drammi delle popolazioni. Molti, ad esempio, confondono i fatti del Myanmar, l’ex Birmania governata dal regime dei militari, con le sorti del Tibet sotto la repressione cinese. In entrambi i casi sono stati protagonisti i monaci buddisti, rimasti nella memoria. In effetti, per 35 italiani su 100 l’informazione sui conflitti, negli ultimi cinque anni, è peggiorata. Il dato scende di poco (30 per cento) se si fa riferimento ai disastri naturali.
Ma ciò che impressiona è che poco meno della metà degli italiani non sa che nell’ultimo anno la questione del Tibet e il dramma del Myanmar sono stati al centro dell’attenzione internazionale. Fanno eccezione i Paesi dove sono impegnati i contingenti militari italiani: Libano e Afghanistan. L’Iraq è sempre in cima alla lista, ricordato dal 65 per cento. Ma la Somalia è presente solo a 9 italiani su 100, la Colombia solo a uno, insieme al conflitto “a bassa intensità” del Kurdistan, tra Turchia e Iraq. Eppure, nonostante il basso livello di informazione, gli italiani continuano a rifiutare la guerra, che a loro avviso è provocata per il 65 per cento da cause economiche, per il 44 per cento da motivi politici e solo per il 7 per cento da ragioni legate a questioni di sicurezza internazionale. Quasi nessuno la giustifica (76 per cento), tutti la ritengono un “retaggio del passato” che si può superare con un cambiamento nella mentalità culturale di popoli e governanti. I circa 150 miliardi di dollari annui che il mondo spende per gli aiuti allo sviluppo sono una somma irrisoria se la si raffronta con i circa 1.200 miliardi di dollari che ogni anno vengono destinati alle spese per armamenti. Eppure in merito l’opinione pubblica del Primo mondo appare decisamente poco informata. Anche se sull’intreccio tra conflitti ed emergenze ambientali esiste una salda consapevolezza: 90 italiani su 100 ritengono che le guerre provochino danni agli equilibri ambientali e, simmetricamente (ben il 94 per cento), sono convinti che sullo scatenamento dei conflitti armati incidano i fattori socio-economici, cioè la lotta per l’accesso alle risorse naturali ed energetiche. Nell’occhio del ciclone ne svelerà i meccanismi e i costi, in termini economici e di vite umane. Inoltre conterrà anche l’analisi di migliaia e migliaia di ore televisive e radiofoniche, di pagine Internet e di articoli di quotidiani passati al setaccio e commentati da docenti universitari, alcuni dei quali stranieri. “La costante attenzione della Caritas alle cause strutturali che portano allo scoppio di un conflitto armato va di pari passo con un’azione capillare di sensibilizzazione e informazione verso l’opinione pubblica”, afferma Caritas italiana, che dal 1° gennaio 2008 ha aperto anche un sito insieme a Pax Christi (www.conflittidimenticati.org): uno strumento in più per fornire informazioni dettagliate e offrire al tempo stesso strumenti per l’animazione di gruppi su questi temi.
(Laura Badaracchi)
















